viaggio 


e poi arriva l’atto di forza la spinta primordiale a vivere

( lo so è facile per me che oltre al sacrificio del lavoro dispongo della sicurezza dei miei averi)

prenoto la vacanza e le lacrime mi scendono davanti alla signora dell’agenzia(si può essere tanto libere , capaci, piacevoli e fragili?)

pago la vacanza ancora ignara del mio essere in solitudine

mio figlio gioisce: almeno un uomo lo rendo felice

ho 24 ore per mettere dentro la valigia due cenci è un milione di pensieri. 
ho fatto così molte volte: viaggiare per ritrovarmi ma ora ho il -carico- di mio figlio 

e pensare che non servirebbe andare tanto lontano ( che i dolori inamovibili restano una palla al piede) 

non c’è posto dove stare senza quel pensiero di incomprensibile solitudine interiore.

non ho slanci a credere, costruire , sperare nel prossimo :le porte in faccia mi fanno ancora male.

e faccio io stessa.lo sento.

io che desidero quello che non c’è quello che non è quello che non mi si può condividere :L’amore.

le ombre arrivano lunghe,pesanti: posso essere tanto bella, dolce, intellegibile e sola?

posso avere tutto in disponibilità e nessuno che tende mai la mano credendomi, sollevandomi accudendomi di sole piccole attenzioni: e credere in me.attraverso me. focolare della vita che voglioe posso dare.

[ asma che arriva a ricordarmi la mia fame di vita]

ho tranciato rami inermi e rami selvaggi: sono solo, semplicemente me stessa.

ma ancora faccio paura .

( quella di chi non ti darebbe la mano per paura di essere abbandonato)

pago la mia vivacità, la mia solarità, il mio acume a chiedere, il mio stare alle spalle e sorreggere- pago anche per la mia libera dolcezza che ancora – nonostante tutto- faccio fluire.

[…. ora penso a me: da quando non mangio? Tre giorni? … ecco non sono una che si ama. e questo non fa amarmi]

Artist: Caitlin Clarkson – la compagnia dei lupi- 

sorte

è come la sorte o come un sortilegio .
è come l’orgasmo mancato o il bacio rubato dietro le spalle del mondo

è come l’ultimo metro a corsa quanto spezzi il fiato e riesci ad allungare la falcata

è come la bottiglia di vino bianco  che arriva sinuosa muovendosi  nel ghiaccio. 

è come la cenere che cade a terra mentre rapito da parole seguì altro  

è come la carne calda vicina nel letto freddo in un pomeriggio d’inverno 

è come buttare la testa indietro e ridere a bocca aperta mostrando l’orgoglio dei denti bianchi

è come la porta di casa lasciata accostata che mi aspetta 

è come ora: distinti distanti intatti dolori ognuno sta a leccare ferite.

tu solo le tue. 

io le tue , le mie, le nostre.

Artist :Malcolm Liepke, Sultry Gaze 2014, oil on canvas.

placenta

la vita resta al morire della placenta.
c’e’ vita in una ferita aperta. 

suturata – la questione- spesso trova solo la morte: la chirurgica asportazione del dolore. la rimozione. 

la morte tra queste piaghe o la vita tra queste pieghe.

il lutto si veste di vita.

volendolo.

Artist: Cesar Biojoi-Juliana- oil 

spigoli & somiglianze

guardi di sbieco con il tuo sorriso studiato.

il braccio poggiato al muro spigoloso fatto di pietra: ma sei tu che la  sorreggi, con la leggerezza,  quella dei tuoi anni,  che ti porti sottogamba e la sigaretta in mano spunta fuori da una maglia indossata alla bene e meglio su di un pantalone chiaro .

Maggio ’78.

Guardi l’obiettivo e di lì chi?

cosa pensavi in quel momento e dal quello scatto, di rimando, cosa mi vuoi dire adesso?

mi guardi dalla cornice in argento ora  consunta,una  Polaroid e anni di vita fatta di scontri e di generazioni.

mi guardi al meglio dei tuoi anni in quello scatto:  io al pari dei tuoi adesso.

in quegli anni sul tuo -Ciao-  stavo in piedi  – fiera – come- principessina in carrozza –  ora  mi guardi e mi vedi regina scalza in sella ad una bici sgonfia.

capita…

mi guardi: i tuoi occhi verdi bottiglia riflessa di luce in una cornice di vita, tu,  sempre con il  tuo sorriso beffardo.

io ti penso però  in  ben  altra cornice, quella di mogano scuro. mi avevi lasciata e fissato per l’eternità  avevi a luglio un ghigno: anch’esso beffardo.

mi avevi lasciata.

qui.

sola.

mi guardi ogni sera di sottecchi babbo da quella cornice : babbo.

ogni sera  nella tua cornice io ti fisso, tu mi fissi mentre io  fumo :  quel vizio che da te ho ereditato non meno di altri difetti di fabbricazione.

l’aria torva  e brusca, lo scoppiettante senso del far subito saltare il banco della mediazione.

il silenzioso e mite approccio al chiudere ogni canale di comunicazione e il poco onorevole -femminile- farmi piacere gli uomini come  te, tutte le belle donne.

mi guardi dal tuo perimetro, sogghignate e magari caro babbo, sei orgoglioso di questo mancato maschio.

 

Artist: Malcolm Liepke,”Behind the Veil” –  b. 1954, oil on canvas

La Polpaccia

la polpaccia arriva con il suo carrellino di felicità farmaceutica. oggi 37 giorni qui. ritmo di vita scandito da un rituale di carrellini e infermieri e psichiatri e colloqui e passi … 75 passi, che vanno dalla porta d’entrata opaca e antirumore, alla fine del corridoio passando davanti la dogana, a metà percorso, dove i due di turno ti guardano anzi ti sondano ti filtrano . non sei una persona: non qui, sei un numero, un letto, un chemioterapico insieme di attese e disattese. oggi 75 passi per almeno 30 minuti, poi la polpaccia mi ha fermata. dice che è inutile che voglia consumare pensieri e calorie in questo modo… calorie? non so, ma sotto i 42 kg sarà dura scendere. i pensieri invece ,quelli da un pochino iniziano di nuovo a fluire. la polpaccia ha la divisa azzurrina a calze contenitive. io un pigiamino da brava bimba e le fasce contenitive penzoloni al lato del letto.  non le usano da 20 forse 22 giorni. lo spicchio di cielo che vedo dalle barre verticali della mia camera mi suggerisce che ci sono cieli diversi in ogni dove e che basta arricciare il naso e spostare lo sguardo per vederli. il pratino fuori, calpestato da noi psichiatrici-bambini-ultra trentenni appare un invito a correre di nuovo in questa prateria di vita: eppure questo pratino incolto, dove invece che fiori ci sono sigarette spente e lacrime lasciate cadere questo pratino dove faccio la prima ora d’aria dopo un mese, mi offre tutto il desiderio di uscire e pensare che posso anche farlo senza chiedere permesso. stamani la polpaccia mi ha detto che ho capelli lunghissimi e belli che dovrei curarli e si è messa a pettinarli. dice che sono bella , lo dice la polpaccia che di parole non ne snocciola tante. sarà vero? allora? la polpaccia ha la faccia -ispida- e il cuore addolcito da un mondo dove le 20 anime che vi abitano sono ridotte a poco più di un grammo di anima e una tonnellata di dolori inermi e inamovibili. la polpaccia sta qui da quanto? 10 anni mi pare mi abbia detto, a portare carrellini di farmaceutica felicità. pillole goccine ancora pillole ancora goccine. la mattina anche la flebo che mette dicendomi sempre che non si capacità di come potessi togliermi il sangue da sola. mi chiede e rispondo con silenzi ancora più muti di quelli di un pappagallo mal addestrato. ho la bocca asciutta da tutti questi farmaci e dalle cazzate che mi sono raccontata per una vita. la polpaccia dice che sono intelligente e uscirò di qui, da questi 75 passi e avrò altri perimetri da impormi. la polpaccia mi dice che se non me la sento devo fermarmi e aspettare e farmi proteggere ancora un pò, curare di sicuro per anni. la polpaccia mi dice che ho un cuore d’angelo dietro una faccia da schiaffi e una testa cocciuta come il marmo. alla polpaccia ho risposto che era peggio un cuore di marmo e un testa con cui fare a schiaffi. la polpaccia non è mamma, non è sposata. la polpaccia forse sparisce dietro il colore lattiginoso della porta d’entrata a fine turno. un ologramma? la polpaccia arriva accanto al Prof. con il codazzo di neo-dottorini-neurini tutti scienza e fantasia. il Prof. ride della mia ossessiva voglia di conoscere gli indici che scandiscono il mio disturbo. la polpaccia e il prof si fermano più a lungo qui da me, che non dagli altri. il Prof. e la polpaccia insistono che la mia intelligenza è la prima cosa con cui debbono lottare quotidianamente e sorridono… (secondo me la polpaccia e il Prof. mi prendono per il culo). la polpaccia stamani mi ha detto che la cura è cambiata , che sono troppo reattiva. allora ho metodicamente contato i farmaci: potrei mettere al lotto numeri e  dosaggi. stamani N. è andata via. trasferita . quindi è la terza compagna che perdo . qui come in un labirinto mal pensato deove se ti perdi non ti ritrovi più. qui in questo angolo ultimo esterno, del Santa Chiara, a ridosso di una “Piazza dei Miracoli” che ne ascolta tanti, e,  ne esaudisce pochi: qui da questa camera, la sera guardo quella chiesa e parlo con chi non ha medicine da offrirmi ma orecchio da tendere ai miei lamenti muti.

(ottobre 2005 ,pomeriggio, tavolino del corridoio, psichiatria, reparto chiuso, tra i 75 passi)
– painting by artist: Edward Minoff/USA-