Ri-tratto

vorrei un ritratto di me: metodico.

-di quella mia capacità di vedere la sfera che ruota in punta alla penna –

vorrei che quella sfera scrivesse per me: di me.

-come mi è naturale farlo degli altri-

vorrei inchiostro su carta come quello lasciato su pelle.

Painting : Victor Oreshnikov (Виктор Михайлович Орешников), Russian artist, Perm 1904

5 pensieri riguardo “Ri-tratto

  1. tu scrivi te stessa (non di te stessa), ti scrivi nella tua lingua chiara, nei dettagli infinitesimali.

    se scrivessi di te useresti un inchiostro simpatico, che si sveletebbe a poco a poco, ti interpreteresti

    vorresti, forse, essere più incerta nel tratto, magari approssimativa, vaga, ma non ti riesce.

    ti aiuterebbe uno strumento acciaccato, una penna con la sfera sbeccata, ma la impugneresti per domarla, e lo fai, e non sbavi te stessa

    e quando ci si scrive, ci si incide, senza timore, si affonda , e poi non so, se esiste catarsi o alla fine è solo il nostro modo di essere

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  2. Parto da qui perché questa delle tue ultime poesie è quella che più mi ha colpito per la sua incisività, la sua nitida capacità comunicativa, la sua bellezza (equilibrio, perfezione). In verità non c’è nulla da aggiungere a questi tuoi versi a specchio non fraintendibili. Mi ha colpito il senso di “disagio”, l’insoddisfazione, quel mancato appagamento, la mancanza di uno specchio adeguato, in grado di restituirti la tua immagine, la tua “definizione” (la parola prima di tutto), la tua epigrafe, da tatuare sulla carta, come sulla pelle. Chi osserva, che sa osservare, chi sa vedere, spesso non viene visto, non viene letto, non viene capito, quindi nemmeno amato. Ma qui non parliamo dell’abusato, indefinibile, impalpabile “amore”, parliamo di un appagamento che nasce prima di tutto dalla comprensione: lettura, visione, decodificazione. Dalla lettura e dalla (ri)scrittura. Leggere, capire per poi disegnare, tratteggiare, definire con parole “altre”. Quindi rivedersi e rileggersi in parole “non appartenenti”, non proprie, fuori dal “sé”, che siano in grado però di fare da specchio, di mostrare, di raccontare la verità, una volta tanto, a chi la verità la attraversa ogni giorno, per via di un dono innato, che è anche una condanna. Ecco che Cassandra vorrebbe sentirsi dire come andrà a finire, non la storia di tutti o di qualcun altro, ma la sua. Un arduo compito, forse, perché il “soggetto” è esigente, non se la beve, nemmeno per un momento. Smaschera subito il falso, il plagio, l’adulatore così come il detrattore ingiustificati. La verità è la vera bellezza. E non si trova sulla bocca (né sulla penna) di tutti.

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  3. faccio anche io ammenda per il mio commento,
    per prima cosa però tornerei sul verbo sbagliare
    la poesia è sentire, non capire
    ho scritto quello che sento, posso non avere compreso
    puoi leggere quello che vuoi nelle parole che ho scritto, sono mie sì ma nemmeno più mie.

    poi non so perché mi sono messa addosso il tuo vestito e l’ho fatto mio, un gesto pericoloso che ho compiuto in un modo un po’ troppo disinvolto. è una cosa che mi viene facile vestirmi con la roba degli altri, lo faccio solo per mostrare loro quanto sono belli i vestiti che possiedono. la tua poesia è un outfit che indosserei volentieri tutti i giorni. scusami anche per questo paragone modaiolo. ma ho la sartoria che mi gira in testa, e tendo ad abusare delle mie visioni.

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