le tue debolezze sono una prova della mia forza.
la mia debolezza è il -tic – di svariate paure.
la tua forza è colmarmi nelle mie debolezze:mi piacciono le parole che -cadono- nei buchi della mia vita.
ti fermo e confino al mio lato -sei il potenziale dolore – tu, tuttavia, muovi i passi nel buio e proponi di bagnarsi a riva: fidarsi del mare che lambisce “la notte”.
qui, incauta, ti abbraccio.
Artist: Mark Demsteader,painting

Mi è piaciuto il modo in cui hai descritto quella linea di confine, il limite oscuro (il mare sulla battigia, la notte), la linea d’ombra, mobile, suadente, che carezza e culla, sulla quale si indugia con piacere e timore; l’irragionevole, dolce, senso e desiderio di abbandono e resa – contro se stessi, cui infine si cede.
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E se non cedi …..
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Il finale non è uguale per tutti. Ed è un bene. Si può benissimo non cedere. Se non cedi, poiché la consapevolezza che farlo fosse un errore, direi che a priori è un bene. Lo scenario del poi non lo conosco così bene, o non lo ricordo, dato che, personalmente, mi è capitato di cedere. Posso provare a immaginarlo. Rimpianti e rimorsi, in fondo, ci sono in entrambi i casi. Il senso di macchia, il deragliamento implicito nell’errore, però, sono cocci con cui si fanno i conti a lungo. Nel caso di chi non cede, forse, il lavorio del tempo lenisce. Diversamente, invece, credo possa acuire.
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