Didascalici movimenti

dove ti sei nascosto questa notte?

tra i 100mg di mutabon e i 50 mg di topamax?

dove hai messo a giacere le tue rughe? la tua carne? dove hai poggiato i tuoi occhiali, che ogni volta che toglievi da sinistra a destra  sapevo che era amore. ogni volta li poggiavi didascalicamente sul comodino, tra sigarette spente  cenere sparsa medicine abbandonate e refusi di ricordi impolverati: ma pronti a vederci “meglio”.

io nel tuo didascalico gesto vedevo solo la -lente- di una passione:magari così offerta e sudata da apparire vera . o magari soltanto veritiera.

dove ti sei nascosto questa notte?

tra le pieghe che cerco di rilassare del mio viso ,della mia bocca che ti dava piacere e ti piaceva marcata di rosso o anche di niente quando sfioravo il bicchiere di vino presa e rapita dal tuo indottrinamento.i racconti, la tua ossessione per la storia e le sue turbolenze le disastrose guerre . argomenti  ogni settimana  più approfonditi, come fossi una bambina che allarga  la sua conoscenza .

a te non piaceva che io sapessi qualcosa prima di te, a te non piace che io sappia qualcosa -quasi-come-te.

dove ti sei nascosto questa notte?

sei nelle grinze del cuscino? tra le mani che non so usare e prima erano il sostituto all’orgasmo nei giorni d’assenza dal tuo letto?

dove ti sei nascosto questa notte?

sei nel fiato scomposto del mio attacco d’asma che ci ha fatto conoscere? il medico che mi ha salvato preparandomi ad una nuova, cedevole, perdita di coscienza.

dove ti sei nascosto questa notte?

dove ti nascondi ora? in queste righe ? tra le tue rughe ? nei solchi delle tue mani usate e usurate? nel lasciar fluire i successi del dio-in terra- delle -vite-salvate. e quante nei hai affondate?  quante nei hai lasciate al margine della tua -coccarda-rossa e gonfia e fiera appunta  in petto al-medico-magico -che salva-vite?

dove ti sei nascosto questa notte?

ora che non incontro più  la tua faccia consunta dal mare e dal sole a fare da allodola sopra il mio capo? dov’è il “prodiere” delle grandi sfide? dov’è il “genoa” che gonfiava nel vento e con quello il tuo petto orgoglioso di risultati: Tu sempre in cima:nei primi tre.

anche con me, nel “mio podio” al prezzo del  disprezzo dei tre che più ho amato e più mi hanno ferita: vanitosi  orgogliosi e narcisi. tu nel caso specifico medaglia d’oro .

dove ti nascondi questa notte?

tra le stecche di sigarette finite e abbandonate? nelle lenzuola scomposte , nelle bottiglie che lasci a margine della tua cucina, nella tua vasca idromassaggio che mi ha sedotta e ridotta a cenerentola che prima di uscire pulisce?

dove ti sei nascosto questa notte?

ovunque sia fallo molto bene: saprò occhieggiare  a niente serviranno i tuoi occhiali.

per ora tengo le mie mani a coprirmi il volto. guarda pure.

 

Artist: painting from Pinterest, no idea about the author

p(rendimi) la carne

non sapevo che era l’ultima volta, almeno non consciamente, ma ti graffiavo come mai prima,ti leccavo e assaporavo, ti trattenevo .

tu né bello né intenso né da godere, sempre il solito indecifrabile e trattenuto: il tuo silenzio compresso.

ero al terzo rum, dopo le bollicine e la bottiglia perfetta della cena a due. come sempre.

la tua testa e la tua carne mi stavano bene,mi riempivano : ma il resto non aveva particolari segni di nota.

impegnativo da gestire , difficile da trattenere:perfetto.

dopo uomini più o meno degni del sostantivo,avevi tutto quello che mi faceva dubitare e per questo stavo lì.

appuntamento settimanale, ricarica del settimo giorno. niente visibilità o almeno quella giusta, luogo rinchiuso e protetto, un poco usurato come te, tanta cultura e tanto vissuto.tante donne . ero solo un numero :una tacca in più che alla tua età é degna di nota.

“l’ultima è sempre la meglio”  ti ho strappato durante un ‘orgasmo, e, sicuramente proprio perchè lo avevi  ti piaceva comunicarlo. sentirtelo dire, sentirti addosso ancora quel piacere di carne che si fa desiderare.

a te le donne piacciono e ne hai avute tante.piacciono i loro culi, di me  non so cosa . …ma non certo il mio sedere che non era da ventenne neanche a quell’ età.  

Magari anche tu hai dovuto ridisegnare la tabella delle conquiste, certo anche tu come me hai imparato a godere della testa.io ho goduto solo li.nella mia testa.

troppo impegnata a sedurti e condurti  dove voglio  che non conosci nè riconosci in me la passione. riconosci li schemi noti tu gli adotti ed in quello sono brava: a rimetterti in parole e fiato quello che vuoi.

ma non sai come sono i miei gemiti.

 è perfetto così.sono il contrario del genere probabilmente, ho solo  testa da saper scopare e la vagina è un’accessorio.

mentre pensi di avermi defraudato del mio scettro tenendomi a te come una – nuda-  proprietà : io affilo  i denti per il prossimo morso.sono così.ancora non lo sai.

“esci da questo cerchio di alcool e sesso e parole e intesa e attesa e essere donna dentro un letto ” mi ripetevo ad ogni sorriso caldo che ti offrivo. 

se era  carne che volevi l’ hai avuta. 

Io  ho staccato da me la tua, con l’ultima ceretta e poco dolore. 

M.Carson ( oil on canvas) 




 

 

 

La Polpaccia

la polpaccia arriva con il suo carrellino di felicità farmaceutica. oggi 37 giorni qui. ritmo di vita scandito da un rituale di carrellini e infermieri e psichiatri e colloqui e passi … 75 passi, che vanno dalla porta d’entrata opaca e antirumore, alla fine del corridoio passando davanti la dogana, a metà percorso, dove i due di turno ti guardano anzi ti sondano ti filtrano . non sei una persona: non qui, sei un numero, un letto, un chemioterapico insieme di attese e disattese. oggi 75 passi per almeno 30 minuti, poi la polpaccia mi ha fermata. dice che è inutile che voglia consumare pensieri e calorie in questo modo… calorie? non so, ma sotto i 42 kg sarà dura scendere. i pensieri invece ,quelli da un pochino iniziano di nuovo a fluire. la polpaccia ha la divisa azzurrina a calze contenitive. io un pigiamino da brava bimba e le fasce contenitive penzoloni al lato del letto.  non le usano da 20 forse 22 giorni. lo spicchio di cielo che vedo dalle barre verticali della mia camera mi suggerisce che ci sono cieli diversi in ogni dove e che basta arricciare il naso e spostare lo sguardo per vederli. il pratino fuori, calpestato da noi psichiatrici-bambini-ultra trentenni appare un invito a correre di nuovo in questa prateria di vita: eppure questo pratino incolto, dove invece che fiori ci sono sigarette spente e lacrime lasciate cadere questo pratino dove faccio la prima ora d’aria dopo un mese, mi offre tutto il desiderio di uscire e pensare che posso anche farlo senza chiedere permesso. stamani la polpaccia mi ha detto che ho capelli lunghissimi e belli che dovrei curarli e si è messa a pettinarli. dice che sono bella , lo dice la polpaccia che di parole non ne snocciola tante. sarà vero? allora? la polpaccia ha la faccia -ispida- e il cuore addolcito da un mondo dove le 20 anime che vi abitano sono ridotte a poco più di un grammo di anima e una tonnellata di dolori inermi e inamovibili. la polpaccia sta qui da quanto? 10 anni mi pare mi abbia detto, a portare carrellini di farmaceutica felicità. pillole goccine ancora pillole ancora goccine. la mattina anche la flebo che mette dicendomi sempre che non si capacità di come potessi togliermi il sangue da sola. mi chiede e rispondo con silenzi ancora più muti di quelli di un pappagallo mal addestrato. ho la bocca asciutta da tutti questi farmaci e dalle cazzate che mi sono raccontata per una vita. la polpaccia dice che sono intelligente e uscirò di qui, da questi 75 passi e avrò altri perimetri da impormi. la polpaccia mi dice che se non me la sento devo fermarmi e aspettare e farmi proteggere ancora un pò, curare di sicuro per anni. la polpaccia mi dice che ho un cuore d’angelo dietro una faccia da schiaffi e una testa cocciuta come il marmo. alla polpaccia ho risposto che era peggio un cuore di marmo e un testa con cui fare a schiaffi. la polpaccia non è mamma, non è sposata. la polpaccia forse sparisce dietro il colore lattiginoso della porta d’entrata a fine turno. un ologramma? la polpaccia arriva accanto al Prof. con il codazzo di neo-dottorini-neurini tutti scienza e fantasia. il Prof. ride della mia ossessiva voglia di conoscere gli indici che scandiscono il mio disturbo. la polpaccia e il prof si fermano più a lungo qui da me, che non dagli altri. il Prof. e la polpaccia insistono che la mia intelligenza è la prima cosa con cui debbono lottare quotidianamente e sorridono… (secondo me la polpaccia e il Prof. mi prendono per il culo). la polpaccia stamani mi ha detto che la cura è cambiata , che sono troppo reattiva. allora ho metodicamente contato i farmaci: potrei mettere al lotto numeri e  dosaggi. stamani N. è andata via. trasferita . quindi è la terza compagna che perdo . qui come in un labirinto mal pensato deove se ti perdi non ti ritrovi più. qui in questo angolo ultimo esterno, del Santa Chiara, a ridosso di una “Piazza dei Miracoli” che ne ascolta tanti, e,  ne esaudisce pochi: qui da questa camera, la sera guardo quella chiesa e parlo con chi non ha medicine da offrirmi ma orecchio da tendere ai miei lamenti muti.

(ottobre 2005 ,pomeriggio, tavolino del corridoio, psichiatria, reparto chiuso, tra i 75 passi)
– painting by artist: Edward Minoff/USA-

due memorie

Prima di dormire due considerazioni: la notizia dell’ accoltellamento del padre per mano del figlio, come scritto su giornali e media vari mi ha fatto male.scoprire dalle aride note stampa di un mio collega che agisce così  alza il velo della tristezza e umana distorsione mentale. I giudizi le valutazioni a posteriori sono sempre inadeguate e aggiungono disumanità ad un gesto nato nei buchi affettivi e mentali di cui spesso non ci curiamo. magari lasciandolo a margine e magari trovandoci da ridere di quelle -diversità- degli “altri” che bolliamo “solo” come strani/ stupidi/ asociali.era pericoloso era vicino era isolato  quindi ancora più pericoloso.oppure noi eravamo un branco, un branco d’imbecilli presi a guardare le sue puttanate e bollarle solo di sorrisi e finte risate….che dello scemo non ride di gusto mai nessuno…ma attenzione , perché spesso la radice dell’ odio è più vicina e netta di quanto si creda.solito a dirsi “il prossimo” sei tu rispetto a me.

Seconda considerazione, quando una malattia colpisce chi hai amato e per ragioni di stima e affetto senti ancora vicino, la livella delle cose torna in asse e ti chiedi come puoi essere vicino, supportare, in un certo senso dargli ancora amore come animo di vita e forza.
Chi non c’e’ quando hai bisogno non c’è mai stato.
Esserci non è sempre facile e tenere la mano tesa comporta dei rischi . Perché del dolore altrui , io almeno , ne sento sempre un po’ e ne soffro infondo molto.quindi cosa si fa e come si vive la separazione unita dal vincolo di questo dolore, del rischio, della perdita.come si fa?
Al netto della giornata ho due dolori diversi e profondi : l’ inadeguatezza della società a capire e curare i soggetti a rischio, la mancanza a dare amore e forza a chi merita (non per spirito caritatevole) e questo perché si diventa tanto aridi da non trovare più slancio e parole da offrire.

sì, parole, le parole che ti ho detto e  magari ti hanno ucciso  prima del tuo tumore?

oppure tu, alla fine il tuo slancio da -mostro-  perverso di natura e profondo come i fendenti  nel corpo di tuo padre chi  può dirlo se  la famiglia ti ucciso  prima del tuo “tentato omicidio”?

chissà -il prima- cosa genera sul -il dopo-

Artist: Frantisek Kupka “the yellow ” oil portrait

N.Y. vista da un dondolo

Stasera su Long Island il  tempo è plumbeo. Da questo terrazzo antistante il giardino fatto di legno scuro che s’affaccia sulla baia, la serata è bella anche sotto un nero che promette pioggia. Me ne sto sul dondolo: ogni tanto sulla balaustra si affaccia uno scoiattolo, è la cosa bella dell’atmosfera newyorchese trovi lo scoiattolo che attraversa la strada come da noi il gatto. Sto qui , piedi scalzi e maglione lungo appallottolata sul dondolo e penso a cosa suscita in me New York. Probabilmente se fosse una bevuta direi che New York è un cubetto di ghiaccio nel bicchiere di whisky se fosse un farmaco una pasticca di Tylenol all’alba di un mal di testa da jet-lag assurdo e martellante ed un’altra la sera da prendere poco  prima del primo cocktail di benvenuto. New York è il cartoncino per le bevande calde nel cartone. New York è il cimitero antico e le sue lapidi in attesa, ai piedi del Ground Zero e di Wall Street: vita e morte, soldi e morte e le fotografie e i ricordi di due torri sbriciolate come giocattoli rotti. New York è un ponte su uno sfondo di vetrate che grattano il cielo pesante. New York è da fotografare negli angoli insoliti, nei passaggi veloci di qualche soggetto, di attimi di vita ma, ho sempre la digitale scarica quando serve! New York è il vento che ti attraversa e ti gela le mani fino alle unghie, ti scortica la faccia, mentre col naso in aria guardi sorpreso i gabbiani sospesi. New York è deludere il tassista perché “I am out of cash”, sapendo che se solo avesse azzeccato l’incrocio del cinema, che ho chiesto, la mancia d’ordinanza l’avrebbe meritata. New York è i sorrisi esagerati degli italiani di New York ma anche la vista mozzafiato sopra Hell’s Kitchen da una stanza davvero enorme per una donna sola. New York è camminare cross-town , chiacchierare con  turisti messicani innamorati dell’Italia, dividere una una birra in bicchiere di plastica sulla  Rail Road.New York è la quiete illuminata negli ampli viali del village, tra due catene non interrotte di pensieri nella mattina soleggiata e ventosa. New York è quel che ti aspetti se ti aspetti qualcosa di preciso e sai cosa vuoi dalle giornate altrimenti è una fregatura. Sarebbe da vivere a due: in transito per qualche altro posto fino a  qualche paesaggio forte delle montagne rocciose o di nuovo una tappa nel deserto della Death Valley. Ma questa è altra cosa … altro racconto di perline infilate in questa collana di vita. Torno a cullarmi nel  dondolo bianco, sotto il cielo plumbeo e leggo “Memories of Geisha” sull’onda del desiderio di tatuarmi una geisha e quel loro aspetto conturbante di erotica sottomissione. Il libro non è male, in un passaggio leggo e cerco di tradurlo al meglio: “Conduciamo la nostra esistenza come acqua che scende lungo una collina, andando più o meno in un’unica direzione finché non urtiamo contro qualcosa che ci costringe a trovare un nuovo corso.” niente di più vero!  Anche io ho scivolato per anni nel letto di un fiume che pareva snodarsi tra paesaggi di vita impropri. Ma ora qui è di nuovo al delta.

(marzo 2015, Long Island, New Yok)