Neuropatia

il dolore che affligge la mia schiena e’ lo stesso dolore che alimenta quello della mia mente.

cerco soluzioni e provo ad uscirne.

il dolore che affligge la sua schiena è lo stesso dolore che alimenta la sua mente.

non cerca soluzioni non vede connessione.

[impianti uguali con direzioni diverse]

riconosco i limiti anche quando il dolore fisico non c’è: lì, intervengo.

lui, riaccende i riflettori quando il dolore non c’è: abbaglia , seduce e conduce.

[si muove così fino al prossimo dolore: che fagocita entrambi]

Iam nunc:

io sono in cammino zoppa

lui nel divano affossato

mi stacco da due dolori zoppa: da quello urente che con l’abbaglio mi ha accecata -di nuovo- e da quello lancinante della mia schiena.

[forse sempre meno zoppa]

4 pensieri riguardo “Neuropatia

  1. Riprende (dopo il bellissimo “Séduti” – con l’accento sul “sé”) questo doloroso e speculativo, necessario confronto con la figura paterna. Segnato dal dolore. Di una crescita e una affrancamento faticosi, da un lato, che portano seco ferite, distorsioni, reazioni e cadute. Della riduzione franosa dall’altro, un crollo annunciato e consapevole, con i suoi guizzi di illusoria rivalsa, in cui tutto sembra tornare drammaticamente come un tempo – davvero il maschio è totalmente assuefatto all’arte della negazione e della rimozione.
    Siamo di nuovo di fronte a uno scomodo specchio, urticante, accecante e ustionante. Commovente, anche. La fragilità, che induce tenerezza e perdono. Ma uno dei due deve curare, lenire, risolvere. Può farlo, ne ha tempo. Deve farlo, perché non ci si può arrendere; è proprio lo specchio a dire di farlo.
    E poi quella schiena. Tronco piegato, nodoso e segnato, che ancora è virgulto…

    la mia schiena è piegata
    collassata, assuefatta
    ma non ancora indurita.
    se ci provo, lo so
    poco, poco la muovo.
    comincio piano dal basso,
    dalla curva più pigra
    appesantita, squassata
    insieme al bacino.
    spingo in fuori l’addome
    che è il centro:
    curiosità, coraggio.
    respiro, m’inarco
    sotto il diaframma giace un nuovo destino.
    se smetto di subire e raddrizzo,
    in mezzo al torace, quel virgulto proteso
    come radice a una rupe
    ecco che quasi scaturisce una voce.
    la mia schiena è schiacciata, ritorta
    parola trascritta da mano malferma.
    è un grido mancato
    un verbo incompiuto, o forse ceduto.
    è metafora,
    è vita
    che ancora stride e muta
    nella più piccola piega.

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