pece

 

se mi torcessi il braccio alla schiena, dolcemente ma con impeto e ti prendessi -cura- della mia nuca, io piegherei volentieri la mia testa e scivolerebbero via , schiena curva -testa in giu- tutti i miei dolori .

se  mi volgessi il viso  – allo specchio – braccia serrate nella tua mano forte e con l’altra tenessi il  mio mento alto a doversi guardare – ci sarebbe il solo sguardo da dover piegare- sarebbe lontana la  scena delle labbra gonfie dal pianto che aspettano -con rabbia –

se, infine , io e i miei piedi nascosti l’uno dietro l’altro filiforme tra te e il tuo lavandino , serrata in un abbraccio che mi tiene o trattiene non so, amore mio, se io sia solo alla fine  -scarpette dentro la pece – pronta a danzare.

 

Artist: Nelina Trubach – Morning Toilet- oil on canvas .

3 pensieri riguardo “pece

  1. Tornano quelle “scarpette da ballo” (mi riferisco alla tua precedente P., “Tre”, di cui, per puro caso e per una manciata di secondi, ho avuto modo di gustare anche un’altra versione forse “rough”, forse un lavorato intermedio, ma estremamente impattante – mi capita spesso di “togliere” nell’aggiungere o nell’adeguare a un’idea stilistica – ma questa non vuole assolutamente essere una critica, semplicemente mi porto acora appresso la prima immagine, d’effetto, di quel paio di calzari da ballerina appesi a un chiodo…).
    Torna quel simbolo, che è una cifra, un segno identificativo. Un’immagine fragile, leggera, nobile, delicata, di pura espressione ed espressività, qual solo la danza (al netto della parola e magari anche della musica stessa) può essere. Essa è figura retorica, se vogliamo, la parte per l’intero (la persona). Ma è anche il femminile, la disponibilità, il senso, la possibilità, la vitalità, la leggerezza. La vita. Danza come paradigma di vita, sì. E di bellezza. Nel vivere, interpretare. Esserci, risuonare. Risonanza, dunque, e amplificazione, e gioia, esaltazione. Arte. Sensualità. Amore. E’ tutto collegato, contagiato. E’ tutto movimento.
    E’ estremamente evocativa questa scelta. Quella dei calzari: poca stoffa fasciante, la punta del piede stondata. e una caviglia sottile. Seta lucida e leggerezza che, qui, sono solo apparenti. Perché nei tendini, nei muscoli asciutti e nascosti è sforzo, tensione, anche dolore. Non c’è arte senza vero pathos, senza tensione, totale partecipazione, dedizione, devozione. Senza sofferenza. Ma bisogna avere una buona ragione per imporsi, per desiderare, per attraversare tutto questo. Quella che in questi versi pare essere venuta a mancare. Mentre invece appare una forza contrastante, vincolante, contenitiva, coercitiva. L’esatta negazione della danza e del movimento di cui sopra. La mano forte e dominante di un uomo è pece per la punta leggiadra di quel piede di ballerina.
    Ma c’è di più. Quella forza coercitiva qui è addirittura invocata, perché meno peggio di un nulla, fatto di mancanza assoluta (di intenzione, presenza, volontà, sentimento…) che condanna l’autrice/protagonista (che pare condannare te, P.) a un dolore e una sofferenza ancor più grandi. Quella forza sarebbe almeno un’occasione, un canale di sfogo (la testa chinata, la schiena incurvata, il mento costretto verso l’alto, il braccio immobilizzato). Invece no, la condanna del silenzio, dell’accidia, dell’assenza di un qualsiasi sentimento fa più male di qualsiasi catena. Resta quindi la “pece”. Il nero viscoso, putrefatto, ammorbante di un vuoto. Apparentemente senza soluzione.

    [P., mi scuso per la lungaggine; mi è venuto spontaneo in qualche modo riassumere qui le tante suggestioni che i brani, i versi dei tuoi ultimi post mi hanno evocato, e dartene un rimando; fanne ciò che vuoi]

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    1. È talmente tutto così condensato che ho quasi paura tu sia qui dietro l’ angolo.davvero si capisce così tanto da così poco? Veramente? I miei silenzi messo nelle mie scale e traballanti parole hanno per te quel senso? Che è il mio senso ma che solo io sento e credo così poco di riuscire a trasporlo. Ho silenzi di anni e ferite di pochi mesi che hanno riaperto gli ap- punti che tenevano saldo tutto: test a, memorie, azioni- le deviazioni dolorose che fuggo.
      E tu, lontano neanche un passo dal mio pennino pari svelare e capire quello che io da anni penso non saper dire nemmeno a me stessa.
      Grazie.
      Grazie.
      ….piango….grazie

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  2. Arriva, arrivi. Da qui si sente, eccome. Forte. Nitido. Tagliente. (ricordo il “grido” di Massimo Legnani alla lettura del tuo bellissimo brano sulla morte del padre – di tuo padre…; non poteva che essere così: sconvolgi, travolgi, coinvolgi, colpisci).
    C’è un tale carico di emozione, tensione. Vissuto. Io sobo una persona semplice, P., se vuoi limitata – nel vivere, nel sapere, nel sentire. Eppure ti sento.
    Ciò che arriva nasce da un dolore, da un grido, uno stato di necessità (almeno di dire). E’ forse cinico “goderne”, “fruirne”, come un lettore, un estraneo, un voyeur. Ma le tue parole vanno oltre, non danno scampo. Includono. Ed io sono qui, dove tu mi hai fatto arrivare.

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