
il dolore che affligge la mia schiena e’ lo stesso dolore che alimenta quello della mia mente.
cerco soluzioni e provo ad uscirne.
il dolore che affligge la sua schiena è lo stesso dolore che alimenta la sua mente.
non cerca soluzioni non vede connessione.
[impianti uguali con direzioni diverse]
riconosco i limiti anche quando il dolore fisico non c’è: lì, intervengo.
lui, riaccende i riflettori quando il dolore non c’è: abbaglia , seduce e conduce.
[si muove così fino al prossimo dolore: che fagocita entrambi]
Iam nunc:
io sono in cammino zoppa
lui nel divano affossato
mi stacco da due dolori zoppa: da quello urente che con l’abbaglio mi ha accecata -di nuovo- e da quello lancinante della mia schiena.
[forse sempre meno zoppa]
Riprende (dopo il bellissimo “Séduti” – con l’accento sul “sé”) questo doloroso e speculativo, necessario confronto con la figura paterna. Segnato dal dolore. Di una crescita e una affrancamento faticosi, da un lato, che portano seco ferite, distorsioni, reazioni e cadute. Della riduzione franosa dall’altro, un crollo annunciato e consapevole, con i suoi guizzi di illusoria rivalsa, in cui tutto sembra tornare drammaticamente come un tempo – davvero il maschio è totalmente assuefatto all’arte della negazione e della rimozione.
Siamo di nuovo di fronte a uno scomodo specchio, urticante, accecante e ustionante. Commovente, anche. La fragilità, che induce tenerezza e perdono. Ma uno dei due deve curare, lenire, risolvere. Può farlo, ne ha tempo. Deve farlo, perché non ci si può arrendere; è proprio lo specchio a dire di farlo.
E poi quella schiena. Tronco piegato, nodoso e segnato, che ancora è virgulto…
la mia schiena è piegata
collassata, assuefatta
ma non ancora indurita.
se ci provo, lo so
poco, poco la muovo.
comincio piano dal basso,
dalla curva più pigra
appesantita, squassata
insieme al bacino.
spingo in fuori l’addome
che è il centro:
curiosità, coraggio.
respiro, m’inarco
sotto il diaframma giace un nuovo destino.
se smetto di subire e raddrizzo,
in mezzo al torace, quel virgulto proteso
come radice a una rupe
ecco che quasi scaturisce una voce.
la mia schiena è schiacciata, ritorta
parola trascritta da mano malferma.
è un grido mancato
un verbo incompiuto, o forse ceduto.
è metafora,
è vita
che ancora stride e muta
nella più piccola piega.
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Non so mai cosa dire: le tue parole arrivano potenti e chirurgiche.
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Le mie parole sono suscitate dalle tue, che arrivano a me allo stesso modo (ricordo bene una delle tue poesie che ho letto tra le prime, “Tomìa”) e molto più potenti…
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Grazie. Ricordo bene…
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