
quando ti ho perso con le tue spoglie il mondo si è ibernato
i mesi hanno fatto da cemento alla massiccia struttura: ogni lutto apre un fronte di dolori .
ho osservato le maniglie del feretro: legno chiaro levigato . ho pensato al peso, sopportato, da chi ti ha trasportato: eri a spalla di qualcuno che ha fatto presenza solo a tratti nella tua vita . Io per la prima volta, camminavo dietro a te incapace di stare nel tuo solco.
la corda ti ha calato nel fosso: poi è rimasta lì , incastrata, come a voler tenere congiunte le cose in basso e quelle in alto.
ho affondato le mie mani nel-tuo- cemento:ho lasciato un saluto impresso vicino al tuo legno ma lontano per entrambe.
sul prato cresciuto sopra i due metri quadrati che ti coprono mi vorrei stendere e guardare il cielo: insieme.
ti ho omaggiato con le note di una sola tromba:un “lucean le stelle” come -ritirata-.
l’abbandono più grande non ha niente a che fare con il vuoto:la tua fossa, mi hai reso -piena- di ogni emozione .
Artist:Jean Beraud- after the misdeed- oil
Mi è arrivata tanta, tanta tenerezza.
Fra questo brano, delicato, intriso di un’umanità e una compassione “calde”, e “-tomia”, abbacinante e sconvolgente nella sua lucida, tagliente – per certi versi distaccata – bellezza, c’è un passaggio… che definirei banalmente di rielaborazione. Una distanza che permette di riavvicinare. Sensazioni e ricordi. Di ricostruirli, in effetti. Prima, il dettaglio di una fotografia ravvicinata e impietosa, un sentire in diretta, reso quasi un osservare passivo dalla portata dell’evento. Ora, il legno, la terra, la corda, infine il cemento e il marmo, e l’erba, introducono un filtro. C’è un percorso. Figuratamente rappresentato in quel viaggio a piedi, seguendo – a fatica – una bara. Un solco, un legno, uno scafo, una scia.
Lo sguardo muta. Non è più un guardare stordito, sordo all’esterno. Ora è rivolto dentro di sé (al cielo) e canta, racconta. E finalmente piange.
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