genius loci

EDWARD HOPPER, SOLITARY FIGURE IN A THEATER, OIL ON CANVAS,1902

il rumore di fondo infastidisce i pensieri e disturba la concentrazione : questo luogo non sarebbe tanto male sanificato da alcune presenze.

l’eleganza di pochi momenti non colma il vuoto dei mesi: è spasmodica l’attesa di incontri al -livello del luogo- quasi potessero essere un rinnovarsi della memoria.

attraverso sovente il viale. con cadenza orgogliosa  ma  incedere fiacco.

può il genio essere in  ogni dove ancora ? qui, tra queste acque e in queste sabbie,dove  il talento si alimentò del vigore della natura.

io lo posso -solo- chiamare luogo in cui lavoro. spesso mi soffermo a pensare per quanti invece, è il seno che ha nutrito l’ispirazione che immortale suona e fa eco nel mondo.

 

Artist: Edward Hopper – solitary figure in a theater- oil on canvas,1902-1904, in Kafka’s apartment

clavicole

se dal traballante sgabello fossi caduta in avanti sarei rimasta aggrappata alle tue clavicole, al loro spigolo sporgente che sottolinea la caratteristica del tuo essere puntiglioso già per umana conformazione:su tutto.

se traballante e malferma,appoggiata alla tua piccola tavola destinata ad accogliere tutto , anche la cena,  fossi rimasta impigliata nelle tue manette che ne sarebbe ora: di tutto?

se oscillante nel tuo umore e nel mio, avessi accolto la periodicità e non la muta ostinazione a superarmi sarei caduta ancora : nel niente?

tutto un sussulto tra noi. il terremoto è il solo status per-stare-in ferma-modalità?

ora  niente clavicole e spigoli. equilibrio provvisorio ed in memoria mi rimane come il -fastidio-della tua voce: rotonda corposa e ferma –  che sussurra- tra il mio orecchio e la mia clavicola  quasi fosse un monito: ” non traballare anche te”.

Artist  : Thomas Saliot- oil on canvas – detail

 

 

N.Y. vista da un dondolo

Stasera su Long Island il  tempo è plumbeo. Da questo terrazzo antistante il giardino fatto di legno scuro che s’affaccia sulla baia, la serata è bella anche sotto un nero che promette pioggia. Me ne sto sul dondolo: ogni tanto sulla balaustra si affaccia uno scoiattolo, è la cosa bella dell’atmosfera newyorchese trovi lo scoiattolo che attraversa la strada come da noi il gatto. Sto qui , piedi scalzi e maglione lungo appallottolata sul dondolo e penso a cosa suscita in me New York. Probabilmente se fosse una bevuta direi che New York è un cubetto di ghiaccio nel bicchiere di whisky se fosse un farmaco una pasticca di Tylenol all’alba di un mal di testa da jet-lag assurdo e martellante ed un’altra la sera da prendere poco  prima del primo cocktail di benvenuto. New York è il cartoncino per le bevande calde nel cartone. New York è il cimitero antico e le sue lapidi in attesa, ai piedi del Ground Zero e di Wall Street: vita e morte, soldi e morte e le fotografie e i ricordi di due torri sbriciolate come giocattoli rotti. New York è un ponte su uno sfondo di vetrate che grattano il cielo pesante. New York è da fotografare negli angoli insoliti, nei passaggi veloci di qualche soggetto, di attimi di vita ma, ho sempre la digitale scarica quando serve! New York è il vento che ti attraversa e ti gela le mani fino alle unghie, ti scortica la faccia, mentre col naso in aria guardi sorpreso i gabbiani sospesi. New York è deludere il tassista perché “I am out of cash”, sapendo che se solo avesse azzeccato l’incrocio del cinema, che ho chiesto, la mancia d’ordinanza l’avrebbe meritata. New York è i sorrisi esagerati degli italiani di New York ma anche la vista mozzafiato sopra Hell’s Kitchen da una stanza davvero enorme per una donna sola. New York è camminare cross-town , chiacchierare con  turisti messicani innamorati dell’Italia, dividere una una birra in bicchiere di plastica sulla  Rail Road.New York è la quiete illuminata negli ampli viali del village, tra due catene non interrotte di pensieri nella mattina soleggiata e ventosa. New York è quel che ti aspetti se ti aspetti qualcosa di preciso e sai cosa vuoi dalle giornate altrimenti è una fregatura. Sarebbe da vivere a due: in transito per qualche altro posto fino a  qualche paesaggio forte delle montagne rocciose o di nuovo una tappa nel deserto della Death Valley. Ma questa è altra cosa … altro racconto di perline infilate in questa collana di vita. Torno a cullarmi nel  dondolo bianco, sotto il cielo plumbeo e leggo “Memories of Geisha” sull’onda del desiderio di tatuarmi una geisha e quel loro aspetto conturbante di erotica sottomissione. Il libro non è male, in un passaggio leggo e cerco di tradurlo al meglio: “Conduciamo la nostra esistenza come acqua che scende lungo una collina, andando più o meno in un’unica direzione finché non urtiamo contro qualcosa che ci costringe a trovare un nuovo corso.” niente di più vero!  Anche io ho scivolato per anni nel letto di un fiume che pareva snodarsi tra paesaggi di vita impropri. Ma ora qui è di nuovo al delta.

(marzo 2015, Long Island, New Yok)

io

io sono

io sono molto.

io ho molto.

io sono quella del figlio fatto in autonomia.

io sono quella dalla vita offerta sul piatto almeno tre volte.

io sono quella che sa amare.

io so fare l’amore.

io so dare calore.

io sono quella sgarbata e solitaria.

io sono quella che non perdona.

io sono quella che prepara le valigie mentre pensi che resterà.

io sono insidiosa.

io sono seducente.

io sono piacente.

io sono sfuggente.

io sono convincente.

io sono volutamente distante e studiata.

io fingo e freno la rabbia.

io colore le unghie del rosso fegato .

io sono quella che ha una bile smisurata.

io sono stereotipatamene psichiatrica.

io so mentire.

io so patire.

io so aspettare .

io mi tagliavo.

io mi amo .

io sono a testa alta .

io uso solo tacchi.

io solo vestiti femminili.

io  faccio il botox .

io ascolto  musica.

io leggo le prime e le ultime battute di ogni libro.

io ho amato almeno 4 uomini.

io ho scopato molti uomini.

io uso.

il mondo mi usa.

io chiudo la porta di casa ed entro  nel bianco  del parquet .

io in casa ho quadri di alberi .

io bevo .

io fumo.

io piaccio nelle mie imperfezioni.

io non mi piego .

io mi spezzo.

io.